| Anticamente
la visione delle pietre macchiate di sangue avveniva solamente
nei giorni del Corpus Domini, di S. Cristina e due giorni
dopo le festività del Natale, della Pasqua e della
Pentecoste, per un privilegio concesso da Papa Pio VII,
il quale, di ritorno a Roma, nella sua sosta a Bolsena nel
1815 venerò queste reliquie e volle per sua devozione
scalfirne una, per portare con sé il ricordo di un
così grande Miracolo.
Tale scalfittura è visibile nel marmo centrale.
Nel primo marmo si vedono vari frammenti macchiati di sangue,
incastonati in un'unica pietra dallo scultore Ippolito Scalza
(sec. XVI).
In
questa pietra come nel Corporale molti asseriscono sia possibile
distinguere l'immagine del Redentore.
La terza pietra colpisce l'attenzione per una grappa in
ferro, che tiene unite due lastre di marmo.
In seguito ad una altro evento miracoloso il Vescovo d'Orvieto,
avuto da papa Innocenzo XII un grosso contributo, diede
inizio nel 1693 alla costruzione di una sontuosa cappella
per conservarle.
I lavori furono affidati all'architetto Tommaso Mattei,
le decorazioni allo scultore Cavalli.
La tela sull'altare di Francesco Trevisani fu donata alla
chiesa dal cardinale Ottoboni.
Le
pale degli altari laterali sono opera di pittori della cerchia
del Trevisani al servizio del suddetto Cardinale. L'edificio
fu terminato nel 1699.
Secondo la tradizione, nel 1693 ne stillò liquido chiamato
"manna", che fu asperso dal card. Mellini con un
purificatoio, risultato poi anch’esso macchiato di sangue.
Un'altra pietra venne donata nel 1602 dal Canonico di S. Cristina,
Adamo Mariottini, al vescovo di Amelia, Bartolomeo Ferratini,
per la chiesa di Porchiano, per l'antica devozione di quel
paese verso Santa Cristina.
Le pietre sono state venerate da Papa Pio XII nel 1950, a
Roma, e da papa Paolo VI l'8 agosto del 1976.
Le pietre cosparse di sangue erano rimaste nel pavimento della
Grotta fino al 1705.
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